La pelle e i capelli rivestono un ruolo importante quali organi di comunicazione: l'aspetto esteriore di un individuo, sia sano che malato, non solo rispecchia i suoi sentimenti, ma evoca allo stesso modo sentimenti e giudizi nelle persone che lo circondano.
I capelli hanno rappresentato, sin dai periodi più remoti della storia, uno dei punti deboli del corpo umano, fonte di grande sofferenza: l'immagine di sé risulta fortemente alterata, in un numero elevato di individui, quando la capigliatura si dirada e perde volume e lucentezza.
La perdita dei capelli, o la convinzione di perdere i capelli, rappresentano la motivazione razionale di forme di ansia e depressione più o meno gravi o di disturbi della personalità in un numero preoccupante di soggetti. Sebbene l'opinione prevalente tra la gente sia che la calvizie sia molto meno “grave” per l'uomo che non per donna, anche gli uomini riconoscono con sempre maggiore frequenza che il mantenimento di una folta capigliatura rivesta una certa importanza. La paura di restare calvi colpisce entrambi i sessi e induce i pazienti a consultare non solo il dermatologo (e spesso più d'uno) ma, purtroppo, anche numerosissimi "esperti" che tali non sono, abili soltano a far leva sulla labilità psicologica dei pazienti. Lo scopo dell'opera di questi individui, sempre più numerosi, è evidentemente meramente speculativo e non di rado oltre i limiti della legalità.
Un problema psicologico particolare che colpisce sia uomini che donne è rappresentato da una caduta di capelli immaginaria, della quale cioè non esiste alcun segno obiettivo e che spesso si manifesta come espressione di depressione mascherata o di dismorfofobia, cioè timore della deturpazione. L'attività clinica e l'esperienza quotidiana di ogni dermatologo sono testimonianza della particolarità di certe situazioni psicologiche che affliggono un significativo numero di pazienti che si presentano allo specialista. Questo dato consente di evidenziare, nel quotidiano rapporto medico-paziente, tre ordini di difficoltà:
1- assenza di rilievo clinico ed obiettivo della patologia tricologica riferita dal paziente;
2- presenza di patologie tricologiche specifiche (ad esempio alopecia androgenetica), accompagnate dal rifiuto del paziente di accettare tale diagnosi con conseguente frenetica ricerca di una diagnosi alternativa;
3- evidenza clinica di una patologia tricologica accompagnata da una scarsa disponibilità del paziente ad intraprendere la terapia.
Tali considerazioni, se molto spesso sorprendono psicologi e psichiatri, non stupiscono in realtà noi dermatologi: l'esperienza quotidiana li ha infatti abituati a a pazienti psicologicamente instabili. Le frasi “Se avessi i capelli sarei felice, con una vita di relazione normale”, “Se avessi i capelli potrei avere un lavoro di successo e prestigio" o "addirittura Preferirei avere un tumore piuttosto che perdere i capelli" sono purtroppo ben note al dermatologo che si occupa di tricologia.
Il disagio psicologico di un numero tanto elevato di pazienti tricologici motiva anche l’altrettanta facilità con cui queste persone cadono vittime dei presunti esperti, dei "tricologi" (i famigerati personaggi "diplomati" in tricologia ed organizzazioni non ben definibili avvezzi alla diffusione di notizie scientificamente ridicole, dannosi per l'operato e la conoscenza dermatologica, diffusori di prodotti di dubbia qualità, nulla efficacia, naturalmente a costi sbalorditivi) che "operano " in centri pseudo-specializzati, quando non semplicemente a domicilio. Risulta evidente come sia più attraente la razionalizzazione di una causa certa della caduta dei capelli (normalmente l'effetto soffocante del sebo che non permette ai bulbi di respirare e che farà cadere tutti i capelli nel giro di un mese al massimo, uno dei ritornelli mandati a memoria o prestampati sui "referti") con conseguente certezza di riuscita dell'intervento terapeutico (lo shampoo unico nel suo effetto o la lozione naturale che fa "respirare" i bulbi) rispetto a una diagnosi eziologica effettiva di alopecia androgenetica e i possibili rimedi terapeutici che la medicina ufficiale propone, pur con tutti i suoi limiti. Ed è appunto fra le pieghe di questi limiti che si infilano più o meno abilmente coorti di individui "depositari" di soluzioni miracolose.

